La pianura mi si estende attorno, piena di allergeni, e io starnutisco spesso. Sono in laboratorio, in Italia, e per enssuna ragione apparente mi torna in mente com’era essere in laboratorio, a Hong Kong. Mi ricordo di un pezzo che avevo scritto poco prima di finire il dottorato, una sorta di riassuntone-condensatore dei 3.5 anni passati nella città di Blade Runner. Eccolo qui.
Esco dalla metro. Sham Shui Po, nel cuore di Kowloon Ovest, una zona pedonale adibita a mercato delle pulci permanente. Pachistani, indiani e vecchi cinesi bevono birre da due soldi fuori dal 7-11 aperto ventiquattrore, sette giorni su sette. (Ce ne sono, ad Hong Kong, di bevitori derelitti con la faccia disperata, solo che, poveracci!, tendono a stare nascosti. Provate ad andare la mattina a Wan Chai, nel cuore della ricca Hong Kong Island, fuori dall’uscita A3 della metro, dove c’è la Violet Peel, la clinica del metadone…) Attraverso la strada e passo accanto al venditore di patate dolci al vapore color porpora, uova sode e caldarroste. Siamo parecchio distanti dai negozi di alta moda di Central, dai grattacieli magnifici e imponenti dell’Hong Kong capitale finanziaria, dalla perfezione svizzera di Exchange Square, i cui gradini vengono puliti meticolosamente con gli spazzolini da denti da vecchie signore appositamente pagate.
Entro nel mio palazzo, senza ascensore, saluto l’omino nella guardiola, che parla solo cantonese. E’ un bravo Cristo: all’inizio mi guardava con la bocca storta all’ingiù, ma da quando gli fatto gli auguri per il capodanno cinese mi sorride e mi chiama sempre quando c’e’ posta. Questa e’ Hong Kong. Quella vera, direbbe qualcuno. Io non la penso così, piuttosto direi che anche questa è Hong Kong, magari quella che la maggior parte di noi stranieri non conosce. Hong Kong vive di contrasti, trovi il ristorante svizzero coi muri perlinati in legno e le cameriere asiatiche vestite alla tirolese (minigonne bianche d’ordinanza e zoccoli); un paio di moschee; onnipresenti McDonald’s e KFC e centri commerciali pieni di negozi coi cessi in marmo igienizzato ogni mezz’ora; l’Escalator, ovvero un sistema di scale mobili lunghe oltre un chilometro; mercatini ovunque; le architetture imponenti dei palazzi di vetro e cemento; wi-fi free dappertutto; i venditori di strada, sporchi, silenziosi, vecchi con la faccia stanca, che sperano di piazzare calcolatrici usate, bambole annerite, coltelleria incrostata e cianfrusaglie; piccoli templi e altarini ovunque: negli esercizi commerciali e sui pianerottoli; trovi la ressa di clienti appostati fuori dall’Apple Store, la mattina prima che apra, impazziti per l’i-phone (magari nemmeno per l’ultimo modello, ma solo per il nuovo case colorato di nero anziché di bianco) e trovi i vecchi Nokia di seconda mano a tre euro al pezzo.



